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Salute mentale: come superare i limiti pensando al benessere della persona, all’interesse della democrazia e al supporto all’impresa
di Emma Evangelista - Direttore Microfinanza
Un dialogo con Filippo Sensi sulla riforma della legge Basaglia e sulle prospettive per il futuro economico e sociale dell’Italia
Salute mentale, benessere psicologico, wellbeing e criteri ESG sono tutte facce di una stessa medaglia che nell’investimento sulla persona, sul lavoratore, sull’impresa che creano un nuovo welfare aziendale e soprattutto migliorano investimento e produttività. L’Europa chiede inclusione e progetta strategie e interventi sulla disabilità e sulla formazione, ma una parte importante delle nuove strategie d’impresa che vedono nei criteri ESG e negli investimenti sul benessere dei lavoratori, la parte social, diventano la dirimente di processi non più procrastinabili per il legislatore italiano. Inclusione significa anche farsi carico delle necessità e delle fragilità che non possono essere ignorate ma vanno affrontate. In questo contesto il Parlamento discute sulla riforma della legge Basaglia e sulle necessità del supporto psicologico, soprattutto a seguito della esperienza maturata in pandemia, della crescita di fenomeni di isolamento, specie tra i giovani, dell’aumento del numero dei Neet, e di usi e abusi di sostanze psicotrope. Una sanità che spesso non riesce a far fronte alle esigenze di una vita moderna che pesa e in cui chi vuole essere parte di un sistema economico deve fare i conti con realtà personali sempre più problematiche che riaprono temi scottanti come la fragilità psicologica. Allo stesso tempo la regolamentazione di servizi e prestazioni sanitarie utili alla persona che possano essere un segno di civiltà e progresso devono contemplare il quadro complessivo di una realtà multistrato e di manovre finanziarie dove la coperta è sempre più corta a l’investimento pubblico su questo tema è spesso materia controversa e rimandata di volta in volta. Ne abbiamo parlato con il senatore Filippo Sensi che si è fatto promotore più volte della necessità di una riforma legislativa a favore del sostegno della salute mentale.
Senatore Sensi, qual è oggi la necessità di una riforma della legge Basaglia, perché e quanto ne abbiamo bisogno davvero in Italia?
La legge Basaglia è stata una delle più grandi conquiste civili e culturali della storia italiana. Era una legge del 1978 che nasceva come una legge che aveva bisogno di un ulteriore sviluppo, di un’ulteriore determinazione, non solo economica, ma di messa a terra, come si usa dire oggi.
Sono passati tanti, troppi anni, abbiamo presentato varie iniziative di riforma, ne ha presentata una, anche la maggioranza, ed è diventata la base di discussione in Commissione Affari Sociali del Senato per questo dibattito. Ora che cosa succede? Che questa proposta di riforma avanzata dalla maggioranza rischia di andare indietro e non di far fare dei passi avanti alla legge Basaglia. In particolare su tre punti, da sottolineare.
Il primo punto è la questione del TSO, cioè un utilizzo per il trattamento sanitario obbligatorio come se fosse un farmaco da banco, cioè maggiore facilità a disporre i TSO. Secondo punto è l’introduzione dei cosiddetti manicomietti, cioè di strutture più piccole dentro le quali rinnovare una idea concentrazionaria del modo di affrontare la salute mentale, quindi esattamente l’opposto di quello che ha fatto Franco Basaglia, di quello che ha fatto la legge Basaglia nell’ormai remoto 78.
Ultimo punto è il tema della contenzione meccanica, cioè legare le persone nei centri di salute mentale.
Questa non è una terapia, ma una tortura. Purtroppo in Italia non abbiamo un sistema integrato di dati che ci dica quante persone, per quanto tempo, a quale scopo vengano seguiti e quindi questi tre punti della proposta di riforma della maggioranza rischiano di far fare molti passi indietro sul piano della salute mentale, del benessere psicologico. Per ora abbiamo fatto una discussione generale, aspettiamo che il Ministero ci dica quali sono i suoi orientamenti e dopo la sessione di bilancio ci potremo tornare, con qualche timore e ovviamente con la disponibilità a fare una battaglia che non è una battaglia politica o di partito, ma una battaglia per andare avanti nel campo della salute mentale, del benessere psicologico, della cura e anche della civiltà, e del rispetto.
Questo dal punto di vista della legge Basaglia. Penso tuttavia che la questione della salute mentale vada anche oltre la legge Basaglia, ovviamente, e avrebbe bisogno di psicologo di base o psicologo delle figure primarie, faccio per dire, psicologo nelle scuole o sportelli nelle università, capire se si riesce a finanziare in maniera appropriata il bonus psicologico per le famiglie che non ce la fanno a sostenere magari un inizio di percorso terapeutico. Sono davvero tante le iniziative che dovrebbero essere messe in campo per far sì che la salute mentale non sia più la cenerentola, il fanalino di coda dell’impegno e dell’investimento nella salute, ma che invece abbia il suo spazio, il suo posto che soprattutto dopo il covid abbiamo imparato tutti quanti a riconoscere.
Salute mentale, disabilità e giovani. Sempre più giovani, dai dati del Ministero della Sanità, hanno problemi al relazionarsi e vengono categorizzati in problematiche inerenti la salute mentale. La salute mentale quindi determina la possibilità anche di un’attività lavorativa o meno. Come poter procedere?
Credo che la salute mentale sia una dimensione fondamentale nella vita di ognuno di noi. In qualche modo il covid ha contribuito a svelare quanto fosse presente questa ombra nella vita di ognuno di noi, delle persone, delle famiglie. Non che il covid abbia causato una pandemia anche per quello che riguarda la salute mentale, ma sicuramente ha pulito alcuni sintomi e ci ha in qualche modo aiutato, diciamo così drammaticamente, a prendere consapevolezza di quanto sia importante questo aspetto, questa dimensione.
Diciamo così, la dimensione dell’anima che è anche dei riflessi ovviamente fisici importanti. Ora sono tante le iniziative per aiutare a sostenere un percorso di presa di coscienza, di consapevolezza e anche di sapere a volte, se non sono casi troppo gravi, prendere le misure, trovare un equilibrio che ci possa consentire di andare avanti. Ci sono state tante iniziative di legge in questa direzione.
Un po’ quello che manca secondo me, se veniamo al discorso della salute mentale e del lavoro, è questo tipo di accompagnamento nel mondo delle professioni e nel mondo del lavoro più in generale. Ancora è vista come una specie di privilegio per pochi, sono ancora poche le aziende che fanno un investimento sulla salute mentale dei loro dipendenti e c’è ancora un’idea, se vogliamo, un po’ novecentesca, cioè sto male, faccio il certificato, però non usciamo da una logica molto binaria, mentre invece ci sarebbe bisogno di più accompagnamento, proprio perché dal punto di vista economico e anche lavorativo la salute mentale può essere un ostacolo insuperabile. Avere una persona che lavora nella pienezza, in un equilibrio personale, familiare, ovviamente ha una capacità produttiva, una capacità relazionale di sviluppo, di creatività, che non è paragonabile a persone che invece sono più sofferenti, sono più in difficoltà.
Ragion per cui anche sul piano della psicologia del lavoro, che non è semplicemente avere lo psicologo aziendale che ti può suggerire e sostenere, ma fare un investimento che riguarda magari il mondo pubblico, la sfera pubblica, quindi il sistema sanitario nazionale e anche il mondo privato, pensare a delle partnership che in qualche modo ci dicono così come ho quel benefit, così come posso accedere a quel servizio, posso avere la possibilità di accedere a un servizio di salute mentale che aiuta le persone che vivono nella comunità lavorativa e nella comunità civile, ovviamente, e li rendono più al loro agio, meno recalcitranti rispetto al loro ruolo pubblico, alla loro vita professionale, a quello che sono fuori di casa e fuori di sé. Però è un cammino ancora lungo da fare, siamo ancora un Paese che ha un forte stigma sulla salute mentale, per cui andare da uno psicologo è visto come una fragilità inconfessabile, in cui è ancora costoso affrontare un percorso terapeutico lungo, in cui soprattutto tra maschi e femmine c’è un divario di genere molto forte. Gli uomini tendono a riconoscere di meno, a non mettersi in discussione, a non mettersi in questione, quindi a non farsi aiutare, e quindi c’è un cammino molto lungo da fare. L’influenza dei social, la chimica con le sue risposte, le pasticche, piuttosto che un percorso di recupero. Io penso che una persona centrata e a fuoco sia una persona che sta bene nella sua vita, sta bene nella sua società e sta bene sul posto di lavoro, su questo penso che dovremmo riflettere seriamente e concretamente.
Avviare un’impresa è oggigiorno un atto eroico: dalla burocrazia alla cura del disagio psicologico dei dipendenti, è necessario fare i conti con una moltitudine di attività. Come si può affrontare tutto questo?
Credo che non dobbiamo pensare a un investimento sulla salute mentale delle persone che lavorano come un ulteriore lacciuolo alla già improba possibilità di fare impresa, di accedere ai conti, di mettere su, insomma di intraprendere. Non dobbiamo pensare “adesso mi devo pure fare carico della salute mentale delle persone che lavorano con me”, però è anche vero che invece se noi rovesciamo e pensiamo che questa sia un’opportunità e cioè a dire nel contesto lavorativo nel quale io sto, nel contesto lavorativo che magari io piccolo imprenditore ho generato, ho creato con tanto sacrificio, ci voglio stare bene oppure voglio starci male, voglio che le persone che lavorano con me siano in una condizione di poter fare squadra, di avere un senso di missione collettivo, magari radicato in un territorio, oppure penso semplicemente che le persone sono intercambiabili, cosa che non è, e per cui se c’è una persona che rimane un po’ indietro vabbè si licenzia e ne viene un altro.
Io penso che nell’interesse di chi fa impresa, anche di chi fa piccola impresa, c’è bisogno di avere una cellula germinale del proprio lavoro, della propria scommessa professionale, anche economica, che sia a suo agio, che voglia partecipare, avere persone motivate che partecipino, non vuol dire avere delle figurine o avere dei robot, vuol dire avere a che fare con le persone. Siccome fare impresa vuol dire anche fare relazione, vuol dire portare avanti un progetto comune che è innervato magari in una zona che deve andare sul mercato, eccetera. Io penso che non debba essere questo l’investimento sulla salute mentale di chi lavora come un ulteriore ostacolo, come un ulteriore appesantimento, un gravame ulteriore rispetto alle autorizzazioni da chiedere o le scartoffie da avere per essere in regola.
È in regola non essere in regola dal punto di vista del rapporto con gli altri, un rapporto sempre creativo, un rapporto anche conflittuale, anche complesso, ma senza il quale non c’è possibilità di avere un’impresa fiorente e florida. Lavorare con persone accanto che non stanno bene vuol dire lavorare male e quindi vuol dire anche fallire nei propri obiettivi di impresa ed economica.
L’intelligenza artificiale può aiutare o può sostituire le competenze del terapeuta?
Il fatto di ricorrere all’intelligenza artificiale è come se fosse una surroga, una supplenza rispetto allo psicologo, non è uno scenario prossimo venturo, è già la realtà, si è già verificato che tra la maggior parte di richieste per esempio a chat gpt o all’intelligenza artificiale c’è tantissima richiesta che riguarda il benessere psicologico e la salute mentale, quasi come che il tuo cellulare possa in qualche modo essere il tuo psicologo, uno psicologo digitale ready made per cui posso chiedere direttamente come sto, che cosa devo fare e cercare le risposte nella rete e questo è un discorso che comporta molti rischi, comporta rischi relazionali ovviamente anche perché l’intelligenza artificiale è fatta di un monte di informazioni che poi vengono composte in base ad algoritmi e non in base a un lavoro di scavo e di profondità rispetto alle persone, quello che fanno ovviamente gli specialisti, gli psicologi, gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti, gli psichiatri.
C’è anche un’altra questione però, anche il mondo della psicologia e della terapia si è trasformato in questi anni, ci sono tantissimi servizi di psicologia online, come per tutte le cose, cioè a dire come sfruttando le possibilità che ci dà il digitale, che ci danno i cellulari e i computer, se non sono in condizione di poter andare dallo psicologo perché è lontano, perché il mio lavoro non me lo consente o per altre questioni logistiche, posso mettermi in contatto con lui e fare una seduta terapeutica da remoto, oramai una realtà molto conclorida e piena di servizi di psicologia online. Attenzione però, io penso, ma su questo non ho ovviamente certezze scientifiche, penso che il rapporto personale, che la relazione psicologica, la relazione terapeutica venga comunque prima rispetto alle risposte che possiamo attenderci, cioè io credo che la ricerca della propria salute mentale è fatta più di domande che di risposte e queste domande possono essere giustamente poste anche a un algoritmo, possono essere anche poste da remoto, ma nella domanda c’è una esigenza, una necessità, un bisogno di relazione umana che credo non sia completamente sostituibile. Quindi io penso che l’intelligenza artificiale possa essere utile e già è utile e a volte addirittura è diventata necessaria e a volte si gioca come se fosse una supplenza di umanità, questo non va bene, però nella relazione psicologica, nel nostro benessere psicologico, nel nostro cercare risposte, quello che conta è la domanda e la domanda è sempre figlia di una relazione, di un’attesa, di una speranza fatta anche di porti, di sguardi, di riconoscersi.
Lo psicologo aziendale potrebbe essere un incentivo per il benessere in azienda e un criterio ESG da valutare per i bilanci di sostenibilità come fattore determinante?
Penso che ci sia molto da fare, sia necessario un po’ di spinta alle imprese per poter, in qualche modo, fare conti con la salute mentale dei propri dipendenti, quindi metterli in condizioni di far sì che preoccuparsi della salute mentale dei propri dipendenti non sia un costo, ma sia un’opportunità di crescita e questo possa avvenire, può avvenire con degli interventi legislativi. Io sono sempre un po’ scettico nei confronti di una iperlegislazione oppure del protagonismo eccessivo del Parlamento su qualsiasi angolo della vita delle persone, però se ci sono iniziative che il Parlamento o le regioni possono prendere per incentivare un’impresa responsabile anche dal punto di vista della salute mentale, quindi del benessere complessivo delle persone che lavorano, vuol dire mettere a disposizione degli psicologi del lavoro, vuol dire avere degli sportelli, molte aziende già lo fanno, vuol dire accompagnare il percorso professionale con degli step di controllo di verifica, così come si fa il check up in molte aziende e il check up, pensare che possa avere a che fare anche con una visita con uno psicologo, secondo me sarebbe cosa buona e giusta, quindi mettiamo in condizioni le imprese sempre più di pensare che la salute mentale delle persone che lavorano è un più e non un meno, non è un ostacolo ma è un’opportunità, se questo può avvenire con l’aiuto della politica, diciamo così, del Parlamento, delle istituzioni benvenga, magari ci potremmo anche sedere un po’ tutti quanti assieme e mettere a punto quali sono i luoghi di intervento, quali sono le misure che possono essere produttive, che possono rendere meno faticoso questo processo di riconoscimento reciproco, oppure lasciare che sia un avanzamento della discussione civile e sociale anche nei mondi dell’economia, della finanza, a porre delle esigenze che poi vanno al legislatore e che possono venire normate. In assoluto io penso che ci si guadagna, stare bene e stare bene insieme è un vantaggio per tutti, è un vantaggio personale, politico, civile, individuale e ovviamente anche economico di impresa.



