Inclusione e disabilità, l’impresa oltre la frontiera e gli ostacoli

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di Ida Molaro - Giornalista Mediaset

Qual è l’ostacolo maggiore che incontra un aspirante imprenditore nell’avviare un’azienda? La risposta è scontata e vede a pari merito due scogli: eccessiva burocrazia e difficoltà di accesso al credito nei tradizionali circuiti bancari. Nulla di nuovo.

Ma se proviamo a pensare che le stesse criticità sono state indicate nel medesimo ordine da Davide Cervellin, non vedente a partire dall’adolescenza, diventato appena trentenne primo imprenditore agricolo a essere riconosciuto tale per legge, il responso è sorprendente.

Soprattutto considerando che dei 5 milioni e mezzo circa di disabili censiti in Italia, solo il 20% è occupato. Il resto si sostiene – aiuti familiari a parte – con la pensione di invalidità o di inabilità. La storia del viticoltore veneto ribalta, dunque, il racconto di portatori di handicap incapaci di provvedere a se stessi da soli, ponendolo sullo stesso piano di chiunque intenda avviare un’attività imprenditoriale.

Per arrivare a capire questa storia di volontà, dignità e futuro bisogna partire però da altre storie che hanno premiato nel tempo chi ha deciso di dare un’opportunità a tanti ragazzi e ragazze “diversi”.

Un esempio di successo è quella di PizzaAut. “Nutriamo l’inclusione” lo slogan scelto dal marchio che opera nel campo della ristorazione e da poco anche nel merchandising prevalentemente con una linea di prodotti alimentari.

È il 2 aprile del 2023 quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, si reca a pranzo a Monza nel ristorante - il secondo aperto dopo quello di Cernusco sul Naviglio – appena inaugurato da Nico Acampora e dai suoi ragazzi: volontari che supportano lo staff di camerieri e pizzaioli tutti affetti da autismo. Trentuno i lavoratori impiegati fino a quel giorno nei due locali aperti grazie alla volontà di un uomo che si era scervellato per dare futuro e dignità a suo figlio Leo, nato con un disturbo dello spettro autistico. Un’avventura andata di pari passo con la creazione di una onlus che tra gli obiettivi ha anche quello di formare professionalmente decine di giovani da impiegare nelle varie attività connesse alla ristorazione.

Altra storia, questa a dir poco travagliata, è quella della Locanda dei Girasoli che nasce - si legge nella presentazione del team - con l’obiettivo generale di promuovere l’inserimento lavorativo di persone con sindrome di Down, sindrome di Williams e altre disabilità cognitive, nobilitando e dando dignità alla persona attraverso un percorso individuale, di formazione e di inserimento lavorativo. Anche in questo caso l’avventura è iniziata, nel 2000, con l’apertura di un ristorante – ai tempi molto sostenuto dall’attenzione dei media - a Roma. Dopo 22 anni di attività, complici la pandemia e un grosso debito per la ristrutturazione dell’immobile, il locale è stato chiuso e tuttora i suoi lavoratori sono in cerca di una nuova sede. Sipario chiuso su quello che è stato uno dei primi esempi di inclusione attiva? Tutt’altro. In attesa di riaprire sala e cucina al pubblico, l’Associazione che gestisce l’iniziativa ha impiegato i ragazzi di allora – oggi adulti – in un’attività di catering al grido di “Girasoli a lavoro”.

Nonostante le difficoltà organizzative, economiche e burocratiche, la Locanda è stata di ispirazione per altri volontari, ma soprattutto per tante famiglie alle prese con l’inserimento a lavoro di un figlio disabile.

Sempre a Roma nella super turistica zona di Trastevere è nata, ad esempio, La Trattoria degli Amici strutturata sotto forma di cooperativa sociale. “Qui lavorano – fa sapere la Comunità di Sant’Egidio che sostiene il progetto – persone con disabilità affiancate da professionisti e amici. Fra le iniziative nate da questo locale, corsi di formazione per disabili nel campo della ristorazione e convegni sul tema dell’inserimento lavorativo. Tutti gli utili della trattoria sono finalizzati al progetto stesso”.

Lavoro e non solo. Ampio spazio viene infatti dedicato alla creatività di artisti disabili che hanno la possibilità di esporre e di vendere in una mostra permanente le proprie opere. “Questi laboratori – fa sapere ancora la Comunità di Sant’Egidio – sono anzitutto uno spazio di incontro, di dialogo e di approfondimento culturale. Luogo ideale per la liberazione dall’isolamento e dallo stigma e permettono l’espressione artistica”.

La maggior parte dei progetti di inclusione viene promossa da Istituzioni pubbliche e private. Che siano amministrazioni dello Stato, onlus o cooperative sociali poco importa perché è ovvio che esperienza e solidità di Enti già strutturati facciano da incubatore per realtà con meno background e animate quasi sempre dalla semplice volontà di fare una cosa giusta. Così si moltiplicano iniziative volte a dimostrare che l’handicap non impedisce al suo portatore di avere una vita piena e appagante.

E qui una digressione bisogna concedersela parlando del “Teatro Patologico”. È il 1992 quando Dario D’Ambrosi decide coraggiosamente di dimostrare che il disagio psichico non è una condanna ma una condizione. E lo fa alzando l’asticella e creando una compagnia teatrale di giovani affetti da gravi problemi psichici. La Regione Lazio crede in questa scommessa e gli concede una sala dove mandare in scena i suoi particolarissimi attori. D’Ambrosi è un sognatore e sa sognare in grande tanto da arrivare, nel 2020, ad aprire a Roma la Prima Scuola Europea di Formazione Teatrale per persone con diverse abilità. Nome inequivocabile: “La magia del Teatro”. Cinque i festival internazionali cui la sua compagnia ha preso parte negli anni, altrettante le Rassegne. All’attivo anche spettacoli su palchi prestigiosi come, ad esempio, il Teatro Argentina di Roma.

Tutte iniziative, quelle raccontate finora, mirate a dimostrare che la disabilità – volendo - non relega nessuno nelle segrete stanze di famiglie alle prese con la più angosciante delle domande: cosa sarà di lui (o lei) dopo di me?

A questo interrogativo Nico Acampora con PizzaAut ha risposto rendendo economicamente indipendente il figlio Leo grazie al lavoro.

Podcast e social raccontano sempre più frequentemente in chiave ironica e divertente le avventure di genitori e figli “speciali” alle prese con viaggi o semplice quotidianità. Uno struggente reportage del giornalista Domenico Iannacone ha recentemente raccontato la storia di un quarantenne portatore della sindrome di Down che accudisce da solo l’anziana madre affetta da Alzheimer. Spezzoni di vite normali di persone speciali.

E se le Paraolimpiadi hanno definitivamente dimostrato che chiunque – con talento, impegno e abnegazione – può diventare un campione, anche l’inserimento di persone disabili nel mondo del lavoro – pure grazie alle quote obbligatorie o alle agevolazioni fiscali per chi assume – è prassi ancora limitata nei numeri ma comunque consolidata nella coscienza collettiva.

Di qui al superamento di ogni diffidenza la strada è ancora lunga. Lo sa bene l’Unione europea che non a caso ha delineato – a partire dal 2021 - la Strategia per i diritti delle persone con disabilità. 2030 la data fissata per il raggiungimento dell’obiettivo che impegna tutti gli Stati membri a migliorare l’accesso al mercato del lavoro e alla società. Un salto culturale enorme che libera il disabile dalla prigionia dell’assistenzialismo o dalle quote di collocazione obbligatoria che seppure ne consentono l’inserimento nel mondo del lavoro, lo fanno relegandolo sempre e solo inevitabilmente al ruolo del “caso speciale” senza orizzonti di crescita o carriera.

Un passo in avanti però viene ancora da Bruxelles che punta molto sul sostegno all’auto imprenditorialità per chi non vuole vivere ostaggio del proprio handicap.

E allora torniamo alla storia di partenza, quella dell’imprenditore agricolo diventato non vedente da ragazzo: cosa accade a chi invece del posto fisso sogna di diventare datore di lavoro di se stesso?

Il primo passo necessario è quello verso l’autonomia della persona. Una strada da percorrere fin dall’insorgere della disabilità, sia che parliamo di una condizione congenita, sia che si tratti di un’invalidità sopraggiunta nel tempo. Tante le realtà pubbliche e private che lavorano per rendere indipendenti nella loro quotidianità i portatori di handicap. Lo fa, ad esempio, la Fondazione Lucia Guderzo che si occupa di ragazzi ciechi o ipovedenti e che due anni fa ha deciso di scommettere sulla capacità dei giovanissimi di superare ogni limite con volontà e ingegno. È nata così l’idea di un campo scuola in montagna, lontano dallo stereotipo che voleva la comitiva – tutti under 16 – guidata lungo sentieri nel verde dalla voce dell’accompagnatore. Al pari dei loro coetanei, il gruppo di giovani non vedenti è stato impegnato fin da subito in attività sportive, di gioco, di gestione delle faccende domestiche in spazi a loro sconosciuti. Testando, in questo modo, la loro capacità di risolvere problemi, affrontare le novità, imparare. Esattamente come ogni altro adolescente.

Cosa c’entra questa storia con l’autoimprenditorialità dei disabili? Moltissimo perché la capacità di superare i limiti è il primo requisito necessario a chi vuole costruire da sé il proprio futuro lavorativo. È il caposaldo su cui si fonda la LADI (Libera Associazione Disabili Imprenditori) il cui motto è: “La differenza non è un ostacolo al talento”. A differenza delle altre realtà raccontate fin qui, ovvero di Enti fondati sul volontariato o su obiettivi socialmente condivisi, LADI si propone come un vero e proprio incubatore di imprese. Forte dell’esperienza del suo fondatore, Alessandro Cataldo, consulente di impresa particolarmente specializzato nel campo delle start up. Otto, compreso lui, i componenti del giovanissimo staff e del direttivo. Professionisti qualificati che, non a caso, sono chiamati a raccontare ad altri giovani la propria esperienza. Di recente, ad esempio, la partecipazione in qualità di tutor a un seminario organizzato dal Dipartimento di Informatica dell’Università Statale di Milano.

Riflettere su cosa significhi davvero disabilità oggi; parlare di barriere che si possono abbattere; riflettere su come talento, competenze e opportunità possano convivere senza alcun limite. Sono queste le tre direttrici su cui si è sviluppato l’incontro alla Statale con l’obiettivo – sottolinea Ladi – di parlare di disabilità, lavoro e imprenditorialità da una prospettiva nuova, più moderna e più giusta.

Su quest’ultima parola, “giusta”, si concentra anche l’Unione Europea che tra gli obiettivi della sostenibilità da raggiungere entro il 2030 inserisce appunto la piena inclusione sociale dei disabili. Di quel 20% - sui 5,5 milioni di italiani affetti da varie fattispecie di invalidità di cui si parlava all’inizio – solo il 4,9% lavora da libero imprenditore a fronte di una media europea del 7,8%.

Per agevolare l’accesso all’autoimprenditorialità, Bruxelles ha deliberato direttive specifiche che rispondono anche alla sfida della modernità. È il caso della European Accessibility Act adottata dal 2019 e in vigore dallo scorso mese di giugno. La finalità è quella di rendere facili e accessibili i servizi digitali in tutti gli Stati membri grazie all’acquisizione di standard semplici e condivisi.

Con la Strategia 2021-2030 l’Unione Europea ha ampliato – rispetto al precedente documento 2010-2020 - l’orizzonte degli interventi che favoriscano le pari opportunità per i portatori di handicap. Piena emancipazione, l’obiettivo fissato dal legislatore europeo, da raggiungere grazie sì a direttive mirate e specifiche, ma soprattutto attraverso un diffuso lavoro di informazione e formazione affinché – recita il dossier – la persona disabile possa godere dei propri diritti umani; avere pari opportunità e parità di accesso alla società e all’economia; essere in grado di decidere dove, come e con chi vivere; circolare liberamente nell’UE indipendentemente dalle specifiche esigenze di assistenza; non essere più vittime di discriminazioni.

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