Nuovi modelli di vita: dall’autostima all’autoimpresa

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di Teodoro Fulgione - Giornalista

Intervista con la sociologa Itziar Agullò Fernandes

La possibilità di “reinventarsi”, di costruire un’attività propria dà un senso di libertà e di riscatto che contrasta con la percezione di stagnazione economica in Italia. È questa la motivazione alla base della scelta di molti italiani, soprattutto tra i più giovani, di dare vita a microimprese, anche all’estero. L’auto-impresa, d’altronde, rafforza l’autostima e la percezione di controllo della propria vita. E non di meno dal punto di vista psicologico influisce la consapevolezza che avviare una propria attività permette di uscire dalla dipendenza da lavori precari o dalla disoccupazione.

Il desiderio di evasione, quindi, è spesso la leva che spinge all’intrapresa i nuovi lavoratori. Negli ultimi anni a questo fenomeno se ne è accostato un altro che verte sulle stesse logiche: la ricerca di lavoro all’estero.

“La stasi economica, le maglie burocratiche e la prospettiva, non sempre realistica, di trovare sistemi più semplici e scalabili hanno spinto molti italiani a mettersi alla prova sui mercati stranieri”. Ne è convinta Itziar Agullò Fernández, ricercatrice in Sociologia del lavoro presso l’Universidad Complutense de Madrid dove ha condotto un lavoro proprio sui “Nuovi modelli di vita e lavoro nella Società dell’Informazione” presso il Comité de Investigación Sociología del Trabajo de la Federación Española de Sociología.

L’estero è visto come il nuovo ascensore sociale. Si tratta di una dinamica diversa da quelle del secolo scorso, quando era quasi esclusivamente la mera ricerca di lavoro a portare masse di lavoratori fuori dall’Italia. I nuovi profili di lavoratori che cercano fortuna in altri Paesi sono piccoli imprenditori che si mettono in proprio e fanno impresa. E questi “italiani” sono sempre di più.

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, presentato lo scorso 5 novembre a Roma, l’Italia registra un saldo migratorio negativo con un trend in crescita, ad eccezione del periodo della pandemia per il Covid. Dal 2006 gli italiani all’estero sono raddoppiati (+97,5%), arrivando a oltre 6,1 milioni di cittadini iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’estero (AIRE): più di 3,3 milioni di questi si trovano in Europa (54,2%). Ciò che impressiona è il trend. Negli ultimi 10 anni le iscrizioni per la motivazione espatrio sono state 1.179.525. Di queste la maggior parte sono giovani tra i 18 e i 34 anni (circa 471 mila) o giovani adulti (poco più di 290 mila).

In tale ambito un vero e proprio boom è quello della presenza degli italiani in Spagna. “Si tratta soprattutto di giovani che non vanno alla ricerca del posto fisso o da operaio, come accade in altri mercati, ma danno vita ad attività in proprio in un mercato a loro sconosciuto”, spiega Aggullò Fernandez.

Ma cosa spinge questi potenziali imprenditori a scegliere la Spagna e a non mettersi alla prova in Italia?

“Per un’analisi più precisa vale la pena analizzare meglio i dati. Secondo l’INE - Instituto Nacional de Estadística (il corrispettivo dell’italiana ISTAT, ndr) i residenti italiani in Spagna nel 2025 sono circa 325.000. Di questi poco meno di 300mila risultano iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) anche se va tenuto conto che il dato reale è sicuramente più alto in quanto molti non si registrano. Secondo i dati della Seguridad Social spagnola (l’equivalente dell’INPS, ndr), sono circa 110.000 gli italiani registrati come lavoratori nel Paese - precisa ancora Agullò Fernandez - Certamente influisce anche la crescita dello stipendio medio in Spagna che nel 2025 è di circa 2.050 € netti al mese: il +15% negli ultimi 10 anni”.

“Ovviamente ad arrivare sono tanti lavoratori stranieri. La Seguridad Social ha registrato quasi 914.000 iscritti provenienti dall’estero, ovvero il 25% dei nuovi iscritti. Gli europei sono circa 643mila, cresciuti del 42% negli ultimi 10 anni. Di questi lavoratori europei il 37% proviene dalla Romania ma a seguire subito dopo ci sono italiani e portoghesi. Basti pensare che le comunità di lavoratori stranieri più presenti sul territorio spagnolo sono marocchini, romeni, colombiani e quindi gli italiani che superano il numero di cinesi. L’Italia è il secondo Paese europeo più rappresentato con una differenza in merito al tipo di lavori svolti. Tradizionalmente i romeni sono impegnati nel campo dell’edilizia, mentre gli italiani investono su servizi e attività in proprio”.

Gli osservatori sottolineano il trend di crescita della presenza italiana nelle città spagnole. “Nel 2000 erano solo 24.000. Ciò significa che in 25 anni il loro numero è aumentato di oltre 13 volte. Nel quinquennio 2015–2020 l’incremento annuo medio è stato del +5% circa”.

Ma quali sono le cause di questa emigrazione? “Sicuramente la crescita economica della Spagna, confrontata al minor dinamismo italiano, ha attratto molti potenziali lavoratori – spiega - La giornata lavorativa è perfettamente paragonabile a quella italiana: dura solitamente 8 ore anche se tendenzialmente si esce più tardi dal lavoro perché le pause sono più lunghe. Le ore settimanali sono le stesse, minori le tutele sindacali nell’ambito di un mercato più dinamico. Del -fenomeno degli italiani- si stanno occupando anche i media nazionali oltre agli istituti di ricerca della Spagna”. L’Italia - viene sottolineato dai media in Spagna non senza orgoglio per quello che viene definito il “sorpasso” - è l’unico Paese europeo dove i salari sono diminuiti dal 1990: il salario medio italiano nel 2025 è più basso che nel 2008. “In contemporanea il salario medio annuo in Spagna è aumentato del 15% negli ultimi 10 anni, a differenza di un calo reale del 5% in Italia nello stesso periodo”.

A livello economico, la Spagna ha registrato una ripresa più forte dopo la crisi finanziaria del 2008 rispetto all’Italia, che continua ad affrontare la stagnazione economica e alti tassi di disoccupazione, in particolare tra i giovani. Mentre l’Italia lotta con un debito pubblico elevato e una crescita anemica, “la Spagna è riuscita a ridurre progressivamente il suo tasso di disoccupazione e a incoraggiare gli investimenti esteri. Il tasso di disoccupazione giovanile in Spagna è sceso dal 40% nel 2014 al 23% nel 2024, mentre in Italia rimane stabile a oltre il 25%, riflettendo la difficoltà dei giovani ad accedere al mercato del lavoro. Questo relativo miglioramento dell’economia spagnola si traduce in maggiori opportunità di lavoro e maggiore stabilità, fattori che attraggono molti italiani. La Banca Spagnola guarda con interesse a questo fenomeno, sottolineando che, visto la scarsa natalità del paese, per poter sostenere il sistema pensionistico nei prossimi 30 ani sarà necessario triplicare l’arrivo di lavoratori stranieri”.

Gli italiani, attratti da questo nuovo “eldorado”, sono accorsi in massa. Ciò che è sorprendente è che “giunti qui, questi nuovi lavoratori hanno scelto di mettersi ancora in gioco aprendo piccole attività imprenditoriali. Girando per le strade di Madrid, Barcellona o Valencia è facile imbattersi nel “barrio de los italianos”, dove fioriscono ristoranti, piccoli pub, caffè. Sono spesso giovani, indifferentemente uomini e donne, integrati nella società anche se tendono a concentrarsi in zone limitrofe. Ad esempio, qui a Madrid la loro presenza è molto evidente nell’elegante quartiere centrale di Chamberi”.

Si tratta di energie, spesso già formate, che lasciando l’Italia la impoveriscono in termini economici e sociali. Energie che possono però essere cooptate in modelli di sviluppo locale. “La propensione all’intrapresa e al rischio, la capacità di mettersi in gioco rendono questi lavoratori potenzialmente interessati al micro-credito. La micro-finanza con i suoi fondi rotativi a sostegno di chi non ha garanzie bancarie può certamente intercettare questi lavoratori”. “Qui in Spagna i lavoratori autonomi stranieri sono circa 500mila, con una crescita del 6,5% rispetto all’anno precedente. È un dato che invita a riflettere. Gli italiani, secondo i dati resi pubblici dal Ministerio de Trabajo y Economia Social, nel 2025 circa 25-30mila italiani lavorano come autonomi, sui circa 110 registrati alla Seguridad Social. Significa che circa uno su quattro ha scelto di lavorare in proprio. Rappresenta una alta propensione all’intrapresa. Questo giustifica l’alta presenza soprattutto nelle grandi città come Madrid, Barcellona o Valencia”.

“I settori principali sono: ospitalità e gastronomia come bar, ristoranti, caffè e pizzerie – prosegue – Ma non manca chi si impegna nel settore turistico o chi offre servizi di traduzione o insegnamento della lingua. Una nicchia interessante è poi rappresentata da chi opera nel settore moda e design. Mentre non mancano, ovviamente, lavoratori nel settore del digitale e dell’e-commerce. In sintesi, gli italiani non vengono alla ricerca di un posto fisso o di un lavoro come dipendente”.

“Il microcredito garantisce l’accesso a corsi su gestione d’impresa, marketing digitale e finanza di base. La capacità di sperimentazione, il voler “provarci” spesso si riversano in e-commerce, social media, piattaforme collaborative che ampliano il mercato oltre i confini locali”, rimarca Agullò Fernandez.

“Dinamiche che, come confermato dai trend non solo italiani, delineano un mondo del lavoro più dinamico dove il lavoratore vuole mettersi in proprio e rischiare in proprio”, conclude Agullò Fernandez.

In sintesi, in un mercato del lavoro sempre più globalizzato ciò che sembra spingere gli italiani alla ricerca di nuovi lavori è la possibilità di mettersi alla prova in un contesto favorevole. Vincoli burocratici, tradizionali difficoltà di accesso al credito sono ostacoli alla riuscita professionale e lavorativa. Non manca la capacità e la voglia di rischiare e mettersi in gioco. Il microcredito quindi rappresenta non solo una opportunità per i neo-lavoratori ma anche una soluzione per impedire l’impoverimento socio-economico del territorio. Comprendere le cause che sono alla base di numerose scelte personali di vita, può favorire un approccio pro-attivo. L’opportunità è intercettare potenziali micro-imprenditori che darebbero stimolo alle economie locali e al territorio. Lo ha inteso bene la Banca di Spagna che vede in questi lavoratori una risorsa. Spesso, inoltre, si tratta di persone già formate per le quali lo Stato ha investito nella formazione e ai quali è costretto a rinunciare. Il microcredito è una delle chiavi per bloccare la “fuga di lavoratori” all’estero.

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