Vent’anni dopo Laeken. La qualità del lavoro come bussola per l’Italia

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di Irene Bertucci CDA – ENM

Nel 2001, tra i Consigli europei di Stoccolma e Laeken, l’Unione europea fece una scelta che avrebbe segnato le politiche del lavoro per i due decenni successivi: non bastava più creare posti di lavoro, bisognava valutarne anche dignità, stabilità, competenze e tutele.

Quel passaggio dal “quanto” al “come” – dall’urgenza quantitativa alla valutazione qualitativa – è oggi la bussola del Pilastro europeo dei diritti sociali e dei suoi obiettivi al 2030: occupazione al 78% tra i 20-64 anni, partecipazione alla formazione continua per il 60% degli adulti, riduzione di 15 milioni di persone a rischio povertà o esclusione sociale.

Agli Stati membri si chiede di misurare non solo quante opportunità di lavoro si generano, ma quale valore reale producono per le persone e per la produttività di lungo periodo.

È un cambio di paradigma che riconosce una verità semplice: un’occupazione precaria, mal retribuita e senza prospettive non risolve i problemi sociali, li sposta.

L’Italia ha compiuto passi importanti, ma non risolutivi. L’occupazione nella fascia 20-64 anni è salita al 67,1% nel 2024, i NEET 15-29 anni sono scesi al minimo storico del 15,2%.

Sono risultati che testimoniano una ripresa in atto.

Sul fronte della parità, però, il gender pay gap orario non aggiustato resta intorno al 5,6% e l’occupazione femminile si attesta poco sopra la metà della popolazione in età lavorativa.

Tra le persone con limitazioni gravi, lavora circa un terzo dei 15-64enni.

Sono pochi numeri, ma sufficienti a dire che la qualità del lavoro non è una sovrastruttura retorica: è la condizione materiale con cui si tiene insieme crescita economica, coesione sociale e dignità individuale.

Lo impongono anche le nuove regole europee – dalla direttiva sulla conciliazione vita-lavoro a quella sulla trasparenza salariale, dalle tutele per il lavoro tramite piattaforme alla disciplina sui tirocini – ma soprattutto lo impone la realtà di un mercato del lavoro in cui transizioni tecnologiche e demografiche stanno ridefinendo competenze, organizzazione e aspettative.

Per giovani, donne, persone con disabilità e over 50, la domanda non è più solo “trovare” un impiego, ma poter contare su contratti stabili, salari trasparenti, formazione utile e ambienti sicuri. È qui che si gioca la credibilità delle politiche pubbliche: nella capacità di trasformare strumenti esistenti in risultati misurabili e duraturi.

Il Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori – previsto dal PNRR, nasce proprio con questo scopo: presa in carico personalizzata, percorsi di upskilling e reskilling, definizione di standard essenziali nei servizi per l’impiego. Il suo successo non si misurerà sul numero di persone “formate”, ma su quanti beneficiari, a sei e dodici mesi dalla conclusione del percorso, hanno effettivamente un lavoro di migliore qualità rispetto alla condizione di partenza.

Non conta quante ore d’aula vengono erogate, conta l’esito occupazionale.

Allo stesso modo, la certificazione della parità di genere introdotta dalla legge 162/2021 deve tradursi in cambiamenti concreti su assunzioni, progressioni di carriera e congedi condivisi.

La riforma del collocamento mirato per le persone con disabilità va orientata a esiti occupazionali stabili, con adattamenti ragionevoli realmente finanziati e non lasciati sulla carta.

Le politiche per gli over 50 devono coniugare tutoraggio, riconoscimento delle competenze pregresse e aggiornamento digitale, evitando che l’esperienza professionale diventi un ostacolo anziché un valore.

In questa architettura di strumenti, un ruolo di prossimità importante lo gioca il microcredito regolato dall’articolo 111 del Testo Unico Bancario: importi fino a 75.000 euro – fino a 100.000 per le società a responsabilità limitata – con durata fino a dieci anni, tutoraggio obbligatorio e possibilità di garanzia pubblica fino all’80% per la quota di 50.000 euro.

Per chi resta ai margini del credito tradizionale – giovani senza storico bancario, donne in uscita dal mercato del lavoro, persone con disabilità, lavoratori maturi espulsi dalle crisi aziendali – questa combinazione di piccolo capitale e accompagnamento può trasformare competenze sottoutilizzate in lavoro autonomo sostenibile, con impatti diretti sulla qualità dell’occupazione e sulla vitalità dei territori.

La qualità del lavoro si costruisce anche dentro i luoghi produttivi: con la contrattazione che lega produttività, sicurezza e formazione; con sistemi premianti trasparenti che non alimentino il part-time involontario; con rappresentanza reale dei lavoratori nelle scelte organizzative.

Il resto è metodo: fissare pochi indicatori chiari, pubblicarli con cadenza regolare, confrontarsi apertamente sui risultati, correggere la rotta quando gli obiettivi non vengono raggiunti. Il punto non è aprire nuovi cantieri normativi, ma completare con coerenza quelli esistenti: attuare pienamente le direttive europee, rendere strutturali i congedi realmente fruibili da entrambi i genitori, accelerare l’implementazione della trasparenza salariale, assicurare che i centri per l’impiego di Palermo e Bolzano offrano servizi comparabili, integrare il microcredito nelle filiere locali di accompagnamento al lavoro e all’autoimpiego.

Nel 2001 l’Unione europea scelse di affiancare alla quantità la qualità del lavoro perché capì una cosa semplice: il conto lo paga sempre qualcuno. Se i posti di lavoro crescono ma restano precari, sottopagati e senza tutele, aumenta il turnover, si riduce l’investimento in formazione da parte delle imprese, si allarga la forbice tra chi può permettersi di scegliere e chi deve accettare qualunque condizione.

Oggi quella lezione parla all’Italia con particolare urgenza. La ripresa occupazionale degli ultimi anni è un fatto positivo e va riconosciuta. Ma senza un deciso salto di qualità rischia di restare una promessa a metà, insufficiente a rispondere alle aspettative di una società che invecchia, si polarizza e chiede risposte concrete.

Servono strumenti vicini alle persone – microcredito accessibile, servizi per l’impiego efficaci e personalizzati, formazione continua davvero utile – e una governance chiara che non disperda energie e risorse tra troppi livelli istituzionali sovrapposti.

Il traguardo è semplice da enunciare e difficile da realizzare: un mercato del lavoro in cui giovani, donne, persone con disabilità e lavoratori maturi trovino non solo un’entrata, ma un percorso professionale; un Paese che misura i propri progressi con indicatori credibili e li comunica con onestà; una crescita economica che si veda concretamente in busta paga, nel tempo di vita disponibile, nella sicurezza quotidiana.

Questa è la sostanza del “lavoro di qualità”: non uno slogan da convegno, ma l’asse su cui far correre insieme competitività economica e inclusione sociale.

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