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Quanto bisogna guadagnare per non sentirsi poveri la giustizia salariale e la giustizia sociale
di Domenico Cosentino - Responsabile sindacale Confsal - Alìandolfi
“Nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte il salario minimo”. Adriano Olivetti pronunciò quella frase come si indica una direzione, non come si prescrive una regola. Era un modo per dire che la ricchezza non è un fatto individuale: è una relazione. Una società non vive se alcuni volano troppo in alto mentre altri restano schiacciati sotto il peso della loro stessa fatica.
Negli stabilimenti di Ivrea quell’idea non era un manifesto, era una pratica quotidiana. Le persone non erano “forza lavoro”: erano cittadini di una stessa comunità in costruzione, abitanti di un futuro possibile. Il salario non misurava il costo del tempo, ma il valore della persona.
Oggi, mentre il lavoro sembra essersi sganciato dal futuro che un tempo garantiva e il reddito assomiglia più a un timore che a un sostegno, quella frase ritorna improvvisa, come un monito e una domanda: quanto bisogna guadagnare per non sentirsi poveri?
Povertà emotiva: quando la retribuzione non basta a sentirsi vivi
La povertà, prima ancora che economica, è diventata un rumore di fondo. È nei piccoli gesti quotidiani: la luce della cucina che si spegne un po’ prima per “risparmiare”, il carrello del supermercato che torna in corsia, il preventivo del dentista nascosto nel cassetto, il viaggio rimandato, il regalo sostituito da un biglietto.
Una donna davanti a un pacco di pannolini che costa due euro in più. Un uomo che guarda il pieno dell’auto come fosse un lusso. Un ragazzo che rinuncia a un’uscita perché “non è il momento”.
È una povertà di sottrazione continua: non l’assenza totale, ma la costante rinuncia. È la sensazione di essere inadeguati rispetto alla vita che si vorrebbe. È il sospetto che, per quanto ci si impegni, non basti mai.
Nel biennio 2022–2023 questo sentimento si è trasformato in condizione diffusa. L’impennata dei prezzi energetici ha colpito i costi di produzione e le famiglie, mentre i rinnovi contrattuali tardivi hanno lasciato sul campo un divario di circa otto punti rispetto all’inflazione. Gli sgravi fiscali e contributivi introdotti prima dal governo Draghi e poi da quello Meloni hanno alleggerito il cuneo per i redditi più bassi, ma – secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio – sono costati oltre 25 miliardi di euro, senza però toccare il cuore del problema: i salari italiani non tengono il passo della vita reale.
Perché le ragioni dell’impoverimento sono antiche e radicate: produttività stagnante, imprese piccole e sottocapitalizzate, lavoro poco qualificato, contratti instabili, part-time involontari, lavoro sommerso. È un terreno che da trent’anni rallenta la crescita dei redditi mentre la società accelera.
Ed è in questa crepa, sottile e crescente, che torna a farsi strada una parola grande: giustizia.
Giustizia cercata nei tribunali: lavoratori che chiedono ai giudici ciò che i contratti non danno più
Negli ultimi anni è accaduto qualcosa di sorprendente: la domanda di giustizia salariale si è spostata nelle aule dei tribunali. Là dove la contrattazione collettiva avrebbe dovuto garantire protezione, sono stati i giudici a essere chiamati in soccorso.
Una guardia giurata che guadagna meno della soglia di povertà. Un’addetta alle pulizie con un minimo contrattuale inferiore al costo dell’abbonamento ai mezzi pubblici. Un facchino che vive di turni brevi e spezzati che non consentono continuità di reddito.
Settori come i servizi fiduciari, la vigilanza privata, il portierato, il facchinaggio, la logistica, la pulizia industriale e il lavoro su piattaforma non sono più soltanto “lavori poveri”: sono lavori che producono povertà, nonostante l’esistenza di un contratto collettivo firmato dai sindacati maggiormente rappresentativi.
Per questo molti lavoratori si sono rivolti all’art. 36 della Costituzione invocando proporzione, sufficienza, dignità. La sentenza n. 2771/2023 della Corte di Cassazione è stata sentita come un soffio d’aria in una stanza soffocante: il riconoscimento che una retribuzione può essere contrattualmente prevista, ma comunque incostituzionale se non garantisce la dignità della vita.
Per capire la portata di questo passaggio bisogna tornare al testo da cui tutto è iniziato.
Articolo 36: la retribuzione come promessa di libertà
La Costituzione italiana non parla del lavoro come di una merce, ma come dell’ossatura stessa della Repubblica. “Fondata sul lavoro” significa che la dignità passa dal reddito, e che il reddito non è soltanto il prezzo del tempo venduto, ma il mezzo che permette di vivere liberi dal bisogno.
L’art. 36 non accosta proporzionalità e sufficienza per caso. Non dice “o”, dice “e in ogni caso”: i due criteri devono convivere, non possono essere separati.
La proporzione lega il salario al valore della prestazione; la sufficienza lo lega al valore della vita.
La giurisprudenza di legittimità ha definito questi criteri come “positivo” e “negativo”: il primo valorizza il lavoro, il secondo impedisce la caduta nell’indegnità. Una retribuzione che non consente un’esistenza libera non è una retribuzione costituzionale.
In una stagione in cui interi settori non possono pagare un affitto con il salario minimo contrattuale, il richiamo all’art. 36 non è un tecnicismo giuridico: è una necessità civile.


