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La microfinanza come leva di sviluppo sociale in Africa per qualificare i flussi migratori
di Elisa Iacomelli / Emma Evangelista - Giornaliste
Intervista al Professor roberto Pasca di Magliano
In un contesto globale segnato dall’ascesa delle grandi piattaforme digitali, dall’intelligenza artificiale e da nuove forme di concentrazione del potere economico, questa intervista affronta una delle questioni centrali del nostro tempo: il rapporto tra tecnologia, democrazia e sviluppo inclusivo.
Il professor Roberto Pasca di Magliano, Ordinario di Economia Politica presso La Sapienza di Roma analizza il rischio di un’“oligarchia dei dati”, il confronto tra democrazie liberali e sistemi autocratici e le difficoltà decisionali dell’Europa, soffermandosi in particolare sul caso italiano. Al centro del dialogo emergono il ruolo della microfinanza, del microcredito e della good governance come strumenti capaci di ridurre le disuguaglianze, sostenere l’imprenditorialità diffusa e governare in modo sostenibile i flussi migratori.
Dalla finanza di progetto all’economia circolare, dall’Africa all’Agenda 2030, l’intervista propone una visione in cui innovazione tecnologica e finanza inclusiva possono diventare leve concrete di sviluppo economico, stabilità sociale e pace.
Tra nuove tecnologie, digitalizzazione e intelligenza artificiale, chi guiderà il mondo? Che cosa significa oggi “oligarchia dei dati”?
Tutti concordano sul fatto che il mondo sia cambiato radicalmente. Ciò che percepiamo come dinamiche politiche è spesso il risultato di evoluzioni tecnologiche impressionanti. L’intelligenza artificiale, le piattaforme digitali e gli algoritmi stanno orientando sempre più i nostri comportamenti. Molti osservatori ritengono che le big tech esercitino una pressione significativa per influenzare gli individui a proprio vantaggio.
Oggi siamo tutti dipendenti dal cellulare, dalle app, dai podcast. Inoltre queste imprese hanno raggiunto un potere finanziario tale da spingere verso comportamenti e decisioni politiche coerenti con i loro interessi. Poiché non possono intervenire direttamente, tendono a favorire sistemi politici capaci di prendere decisioni rapide ed efficienti, spesso in direzione di forme di autoritarismo.
Il problema è che le democrazie liberali, che sono state motori di sviluppo economico e sociale, faticano a deliberare con tempestività. Basti pensare alle decisioni all’unanimità dell’Unione Europea, che rallentano ogni processo.
Lei ha parlato di democrazia liberale. Come si inserisce, in questo quadro, l’economia liberale rispetto a un’oligarchia che concentra potere e ricchezza, ampliando le disuguaglianze?
La differenza fondamentale è tra democrazie liberali e autocrazie. Le nuove tecnologie richiedono decisioni rapide, e chi può prenderle più velocemente sono le autocrazie. Per questo motivo le democrazie liberali devono reagire con forza e modernizzarsi.
Personalità come Mario Draghi e diversi gruppi europei lo ripetono da tempo: servono processi decisionali più rapidi. Per esempio, il recente piano di pace per l’Ucraina è stato redatto in 24 ore da un delegato del Presidente Trump, mentre l’Europa impiega tempi lunghissimi per misure anche urgenti.
Il punto non è temere la tecnologia, ma impedire che eroda i sistemi democratici. I Paesi nordici e baltici dimostrano che una democrazia liberale può essere efficiente se dotata di procedure semplici e automatiche.
L’Italia, in questo contesto come si colloca?
L’Italia soffre soprattutto per la burocrazia. Le procedure amministrative sono complesse e lente, e questo scoraggia chi investe in nuove tecnologie e chi richiede decisioni rapide. Lo stesso vale per l’Unione Europea: il processo delle direttive allunga ulteriormente i tempi.
Ci si chiede allora se le democrazie liberali siano superate e se non stia prevalendo il modello autocratico. Basti guardare al G20 di Johannesburg, dove non si sono presentati Stati Uniti, Cina e Russia, tre Paesi che oggi rappresentano modelli con forti tratti autocratici. Parallelamente, gli Stati Uniti chiedono di reintegrare la Russia nel G7, tornando al formato G8. Sembra emergere un sistema dominato da Stati Uniti, Russia e Cina.
In questo quadro c’è ancora spazio per un’economia di mercato e sociale che non lasci indietro intere regioni del mondo, come l’Africa, ricca di risorse ma ancora marginalizzata? Le nuove tecnologie possono supportare una rinascita economica?
Le tecnologie non hanno colore politico: richiedono soltanto decisioni rapide ed efficienti. Le democrazie liberali possono garantirle attraverso la cosiddetta good governance: procedure semplici, automatiche, rispettate da tutti senza bisogno di norme ad hoc.
Esistono esempi semplici ma efficaci: in Svizzera gli incidenti stradali sono diminuiti grazie a regole automatiche; in Inghilterra buttare rifiuti per strada è reato penale. Sono sistemi che modificano i comportamenti.
Questo tipo di regole può essere applicato anche in ambito economico, ad esempio per gli aiuti alle imprese, rendendo le democrazie più credibili sia agli occhi dei cittadini, sempre meno partecipi, sia delle big tech, che richiedono efficienza.
In che misura le politiche di aiuto alle imprese e la sostenibilità possono diventare strumenti decisivi per non soccombere al potere delle big tech e alle dinamiche oligarchiche?
Uno strumento efficace sono i crediti d’imposta, più utili dei contributi a fondo perduto. Un credito d’imposta ben calibrato, intorno al 30-40%, incentiva le imprese a investire per aumentare il fatturato. Lo Stato può recuperare parte o tutto il beneficio grazie alle maggiori entrate fiscali future.
Anche l’attrazione degli investimenti esteri richiede meno burocrazia: una flat tax omnicomprensiva, ad esempio intorno al 10%, sarebbe molto apprezzata.
Un tema centrale, vicino alla microfinanza, riguarda l’Africa e il rapporto con i flussi migratori. La microfinanza, in particolare il microcredito con garanzia personale, responsabilizza gli individui e riduce l’emigrazione. Ha costi minimi e un tasso di default molto basso, circa un decimo rispetto al credito tradizionale.
In combinazione con l’IA, ad esempio per programmare i flussi migratori, potrebbe diventare uno strumento molto potente.
Lei cita grandi infrastrutture e finanza di progetto. Sono strumenti apprezzati dagli investitori?
Sì. La finanza di progetto garantisce che le infrastrutture siano realmente sostenibili economicamente: se non hanno redditività, le banche non finanziano. È il modello utilizzato, per esempio, per il tunnel sotto la Manica. Lo Stato può intervenire calmierando il tasso, ma i costi restano contenuti e l’efficienza è massima.
Lei guarda molto al mondo anglosassone. Prima però accennava all’uso dell’intelligenza artificiale per programmare i flussi migratori, integrandola con attività microfinanziarie sia nei Paesi di origine sia in Europa. Questa combinazione può contribuire ai Millennium Goals e all’Agenda 2030?
Credo di sì. La Spagna, senza IA, sta già programmando ingressi mirati: accoglie un certo numero di migranti, li forma secondo le esigenze produttive e li inserisce nel mercato del lavoro. L’IA potrebbe raffinare questi processi, individuando i fabbisogni settoriali e le quote necessarie.
In Italia, ad esempio, l’agricoltura soffre una carenza cronica di manodopera. L’IA potrebbe anche determinare quanti giovani dovrebbero restare nei Paesi d’origine, Senegal, Ghana, ecc., e stimare il volume di microcredito necessario per trattenerli attraverso attività economiche locali.
Dunque servirebbe una progettualità condivisa tra Università e Ministeri dell’interno di vari paesi?
L’Italia è già abbastanza avanzata. Diverse realtà stanno lavorando in questa direzione e prima o poi si arriverà a un modello stabile. Occorre identificare quanti giovani sostenere con il microcredito nei Paesi d’origine e quanti far emigrare in modo regolare, per inserirli poi nei mercati del lavoro dei Paesi di destinazione.
Negli ultimi anni, l’ENM ha collaborato con CPIA e centri per l’impiego. La fotografia dei migranti è cambiata: arrivano persone già formate, medici, informatici, creatori di contenuti, oltre ai tradizionali lavoratori agricoli o caregiver. Anche loro hanno bisogno di strumenti come il microcredito. Lei ha visto nascere questo Ente: cosa pensa oggi del microcredito?
Dieci anni fa era una novità e pochi ne intuivano le potenzialità. Ricordo che il microcredito veniva collocato nel più ampio contesto della microfinanza, con le microassicurazioni e altri strumenti.
Una quindicina d’anni fa conobbi Muhammad Yunus, prima ancora che l’ENM fosse istituito. Proposi all’Università di conferirgli una laurea honoris causa, la prima in assoluto: l’aula magna si riempì. Yunus, premio Nobel per la pace, mostrò a tutti come il microcredito fosse una leva economica che favorisce comportamenti positivi e contribuisce alla pace.
Oggi il microcredito è conosciuto, ma va sviluppato ulteriormente. Per esempio, il Piano Mattei dovrebbe includerlo tra i suoi strumenti, non solo grandi investimenti che spesso non trovano manodopera locale. Il microcredito genera sviluppo dal basso, attraverso la formazione e il sostegno agli imprenditori locali.
“In Italia di fronte a un forte invecchiamento demografico, importare forza lavoro diventa necessario, ma siamo in grado di offrire reali opportunità?”
Serve un’azione integrata: microcredito nei Paesi d’origine per evitare la fuga dei giovani, l’unico vero capitale di quei Paesi — e sistemi formativi nei Paesi di arrivo. In Uganda, ad esempio, il microcredito erogato tramite una rete di parrocchie ridusse significativamente l’emigrazione: più microcredito veniva concesso, meno persone emigravano. La relazione era lineare.
Nei Paesi riceventi, come dimostra la Spagna, basta organizzare flussi programmati e formazione settoriale per un inserimento immediato. È complesso, ma è ciò che richiede l’alta finanza. E il governo italiano sembra orientarsi in questa direzione.
Che cosa significa “sostenibilità”?
Significa organizzare la produzione seguendo i principi dell’economia circolare, riducendo gli scarti. Alcuni settori, come la moda, generano ancora molti rifiuti: occorre un riciclo continuo per evitare residui inutilizzabili.
L’economia circolare sta avanzando perché conviene alle imprese ed è sostenuta dagli aiuti pubblici.



